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IL DOLORE ONCOLOGICO

Aggiornamento: 29 mar


Il dolore è un meccanismo fisiologico di difesa con cui l'organismo segnala al cervello la presenza di una minaccia interna o esterna per l'organismo stesso. Non tutti i pazienti oncologici provano dolore. Si calcola che, durante la malattia, lo provi dal 30% al 50% dei pazienti; nelle fasi più avanzate, tuttavia, questo sintomo si fa più frequente, colpendo dal 70% al 90% dei pazienti. Nella maggioranza dei casi esiste però la possibilità di controllarlo.

Il dolore può dipendere sia dalla malattia che dai suoi trattamenti.

Il tumore può provocare dolore in vari modi, ostruendo visceri come l'intestino, comprimendo o infiltrando il tessuto nervoso stesso oppure ossa, articolazioni o altri tessuti innervati. Inoltre la sensazione dolorosa può essere evocata dalla distensione della capsula che riveste alcuni organi (è il caso del fegato) o dalla pressione su cavità chiuse come il sistema nervoso centrale.

Talvolta sono gli stessi trattamenti usati per combattere la malattia a provocare dolore acuto o cronico, di intensità variabile.

Il dolore post operatorio dopo un intervento chirurgico in genere si può controllare e passa in pochi giorni, ma talvolta può provocare lesioni nervose che si manifestano con sensazioni dolorose e possono persistere anche a distanza di mesi dalla fine delle cure.

Lo stesso fenomeno può essere provocato dalla radioterapia, che può anche arrossare, irritare e bruciare la pelle.

Alcuni farmaci usati in chemioterapia possono provocare bruciore nella sede di iniezione; altri possono favorire la formazione di afte in bocca così fastidiose da ostacolare l'alimentazione e la deglutizione.

La terapia del dolore fa parte a pieno titolo delle cure contro il cancro ed è giusto chiedere al proprio medico tutti i possibili provvedimenti, farmacologici e non, per alleviare il sintomo. Oggi infatti esistono molti sistemi che consentono di controllare e rendere sopportabile il dolore nella grande maggioranza dei casi.

Il dolore da cancro deve essere trattato secondo una scala di farmaci a gradini progressivi da risalire a mano a mano che la terapia precedente perde di efficacia:

  1. analgesici non oppiacei (per esempio il paracetamolo o tutti gli analgesici antinfiammatori non steroidei, anche detti FANS)

  2. oppiacei deboli (per esempio la codeina)

  3. oppiacei forti (per esempio la morfina), a dosi crescenti.

Il passaggio da un tipo di trattamento al successivo o l'aumento delle dosi deve permettere di controllare i sintomi in modo soddisfacente per il paziente e va gestita dal medico di riferimento.

Una volta individuata la dose di oppiaceo efficace, è necessario somministrarla a orari fissi, prevedendo dosi aggiuntive da prendere in caso di intensificazioni improvvise. Agli oppiacei si possono sempre continuare ad affiancare paracetamolo e farmaci antinfiammatori non steroidei.

La persistenza dello stimolo doloroso rendono il dolore più difficilmente controllabile: anche per questo è bene chiedere sempre un sollievo al dolore, senza cercare di sopportarlo a ogni costo. In questo modo si rischia infatti di alimentarlo e amplificarlo nel tempo, rendendone più difficile il trattamento.

Ci sono altri farmaci che possono migliorare la qualità di vita del paziente con dolore oncologico. Si tratta dei farmaci detti adiuvanti che, pur non agendo direttamente sul dolore, aumentano l'efficacia degli analgesici.

I più usati sono i cortisonici, gli antidepressivi e gli antiepilettici, che il medico deve prescrivere con attenzione soppesando in ogni caso rischi e benefici del trattamento.


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